Quando un bambino evita, è pigrizia o fatica?
- SottoTOsopra

- 10 giu
- Tempo di lettura: 2 min
Quando un bambino evita, è pigrizia o fatica? “Non ne ha voglia”, “Si stanca subito”, “Non prova nemmeno”, “Evita tutto quello che è difficile”. Sono frasi che molti genitori si trovano a dire o a pensare durante la crescita dei propri figli. A volte con preoccupazione, altre con frustrazione o con il dubbio di non capire davvero cosa stia succedendo. Ci sono bambini che sembrano evitare tante attività quotidiane. Non vogliono vestirsi da soli, disegnare, si bloccano davanti ai compiti, fanno fatica a partecipare ai giochi con i pari oppure rinunciano subito quando qualcosa appare sfidante o nuovo. A prima vista può sembrare svogliatezza, mancanza di impegno o opposizione. Ma molto spesso, dietro a un “non voglio”, può esserci un “faccio fatica”.
E questa fatica non sempre è visibile. Per alcuni bambini, infatti, ciò che appare semplice agli occhi degli adulti richiede un enorme dispendio di energie. Mantenere l’attenzione, organizzare il corpo nel movimento, tollerare alcuni rumori, affrontare ambienti troppo stimolanti, coordinare i gesti o gestire la frustrazione può diventare estremamente faticoso. Quando un bambino sperimenta ripetutamente fatica o senso di inadeguatezza, può iniziare a evitare certe situazioni che per lui risultano frustranti. Non perché non gli importi, ma perché il suo sistema nervoso sta cercando di proteggerlo da qualcosa che vive come troppo difficile o troppo intenso.
Può capitare, però, di pensare: “Ma quando vuole, lo sa fare benissimo”. Ed è proprio questo che può creare confusione. Alcuni bambini riescono a fare certe cose solo quando hanno abbastanza energie, quando si sentono sicuri o quando il contesto è per loro più favorevole e regolante. Questo ci aiuta a capire che il problema non è semplicemente la volontà. Molto spesso entrano in gioco aspetti legati alla regolazione emotiva, attentiva o sensoriale. Ogni comportamento, in fondo, comunica qualcosa. Dietro a un bambino che evita possono esserci difficoltà motorie, fragilità nell’autostima, paura dell’errore, fatica attentiva, difficoltà sensoriali oppure un forte bisogno di prevedibilità e sicurezza. Per questo è importante osservare il bambino nella sua globalità e non fermarsi solo al comportamento visibile. A volte anche piccoli cambiamenti possono fare una grande differenza: dare più tempo, ridurre richieste troppo elevate, preparare il bambino ai cambiamenti, valorizzare il percorso più del risultato o aiutarlo a sentirsi competente può modificare profondamente il suo modo di affrontare le attività quotidiane. Prima ancora di chiedersi: “Perché non lo fa?”, può essere utile provare a domandarsi: “Che cosa sta rendendo difficile questa situazione per lui?”. Cambiare sguardo spesso cambia anche la relazione. Come terapiste occupazionali dell’età evolutiva, attraverso l’osservazione del bambino e delle sue modalità di funzionamento nella quotidianità, cerchiamo di comprendere cosa si nasconde dietro alcune fatiche, comportamenti o difficoltà che spesso possono risultare difficili da interpretare. A volte cambiare prospettiva e provare a leggere ciò che c’è dietro un comportamento può aiutare a costruire una relazione più serena e consapevole con il proprio bambino.
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